Borgo San Giuliano
IL BORGO DEGLI
ANARCHICI
Il borgo degli anarchici: quanto c'è di vero e quanto di
leggendario in questa definizione che i vecchi e nuovi
abitanti del borgo di San Giuliano sono i primi ad
accreditare orgogliosamente? Separato dalla città
storica, chiuso in se stesso, legato al porto e alle sue
attività, lecite e illecite, abitato da pescatori,
marinai, facchini, vetturini, artigiani - gente, tutta,
povera e poverissima -, il borgo è, fin dalla sua
nascita, una turbolenta repubblica a sè, pronta a
sollevarsi contro tutte le autorità costituite:
papalini e giacobini, liberal-moderati e fascisti. E' un
ribellismo diffuso e spontaneo, dettato dalla fame e
dalle precarie condizioni di vita, a cui fa da
contrappeso una forte solidarietà borghigiana. Le
condizioni sono dunque propizie perchè la predicazione
anarchica si diffonda precocemente nel borgo e vi pianti
salde radici, che resisteranno fino al secondo
dopoguerra.
E
borgh di anarchich: così lo si chiamava nel
periodo fascista. Non tutti lo erano, ma certo -
testimonia un vecchio borghigiano intervistato agli
inizi degli anni Settanta - "una buona percentuale
era anarchica, nel borgo". "Non nel senso che
è contro la legge" precisa un altro: "Siamo
per l'ordine; ma fra le famiglie, qui, c'era
fratellanza, ci si aiutava a vicenda". Emblema
magari un tantino oleografico di questa compattezza del
borgo erano le porte sempre aperte: "Noi non
avevamo bisogno della chiave," racconta un
borghigiano "e i soldi passavano da una mano
all'altra. Se poi una famiglia cadeva in disgrazia, si
era solidali".
Questo vivo senso di solidarietà oltrepassò talora i
confini del borgo di San Giuliano. Nel 1905, durante gli
interminabili scioperi di Parma e Reggio, i borghigiani
ospitarono per circa sei mesi i figli dei lavoratori in
lotta. Anche dopo la Liberazione raccolsero i bambini
delle campagne e delle colline dell'entroterra (ma anche
calabresi e siciliani), che furono rimandati a casa
allorchè fu fatta circolare la voce che li si voleva
spedire in Russia: "Ma i bambini non volevano andar
più via, perchè qui avevano trovato una seconda
famiglia".
Tutto il borgo era antifascista: donne, uomini,
giovani, i'era tott antifascesta ricorda un vecchio
borghigiano. Se l'affermazione che gli squadristi non
ebbero mai il coraggio di mettere piede nel borgo
rasenta la leggenda, è vero tuttavia che per tutto il
ventennio nelle case, nelle botteghe e nelle cantine di
San Giuliano si tennero riunioni clandestine: riunioni
di piccoli gruppi (sei, sette persone: "una piccola
mosca di fronte a un elefante") "per discutere
di quei soprusi che vedevamo tutti i giorni e di cui
eravamo stanchi".
Soprattutto durante la guerra di Spagna, nel 1935-'36, ci
si ritrovava per captare Radio Barcellona. L'apparecchio
radiofonico lo aveva costruito un elettrotecnico, un
certo Arcangeli. Lo si ascoltava in una grotta, a cui si
accedeva dalla sala da pranzo di una casa del borgo. Per
gli anarchici di San Giuliano fu un'autentica mazzata la
notizia - diffusa da Radio Barcellona - dell'assassinio
di Camillo Berneri, ucciso da mano stalinista il giorno
dopo aver commemorato la morte di Gramsci.
Si cercò soprattutto di mantenere viva la tradizione del
Primo
Maggio, che si festeggiava nelle cantine. E'
curioso, in proposito, l'episodio del "gatto
comunista", accaduto nel 1929 o '30. Il giorno
della Festa del Lavoro si vide circolare per il borgo un
gatto nero con un vistoso fiocco rosso al collo. Il
gatto apparteneva alla famiglia Giorgetti - che, fra
l'altro, era "gente di chiesa, ma buona". Che
cos'era successo? Che la figlia quindicenne, che stava
cucendosi un vestito, coi ritagli, innocentemente, aveva
fatto un collarino al gatto. Ma lasciamo la parola a un
borghigiano: "Si fa il mattino. I fascisti in giro:
Un gatto comunista! Un gatto comunista! E allora
cominciano a dar dietro a questo gatto e lo incastrano
in una porta e j'à dè un sac ad boti". I fascisti
cercano il padrone del gatto. In casa Giorgetti trovano
il figlio Renato, alunno di quinta elementare (il padre,
marinaio, era assente), lo accusano di propaganda
sovversiva e lo conducono in questura. Per fortuna
interviene l'insegnante del ragazzo, il fedelissimo
maestro Baiocchi, che garantisce per lui e lo fa
rimettere in libertà. E il gatto? "E' venuto a
casa dopo una settimana e quando lo si toccava faceva 'Mao!'.
L'era tott indulid".
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